Quanto descritto nei link, adeguatamente adattato al nostro piccolo Pianeta Azzurro, ci permette di individuare le principali problematiche del mondo universitario e proporre alcuni possibili rimedi: l'arcaico dualismo ricerca-docenza rovina i bravi ricercatori, obbligandoli a fare anche da insegnanti, lavoro per il quale non sono proprio portati, e al tempo stesso soffoca la carriera dei bravi docenti che, non occupandosi principalmente di ricerca, rimangono perennemente professori a contratto. Questa incongruenza si ripercuote sugli studenti che potrebbero avere un servizio migliore, imparare più cose e quindi essere più produttivi e utili per il Paese, nonché ricevere il supporto didattico per il quale elargiscono munifiche rette. Sembra quasi che l'unico servizio offerto da molte università sia il diritto a sostenere esami e ricevere infine un pezzo di carta che, in base alla qualità dell'Ateneo e del percorso di studi scelto, certifichi l'intelligenza e le capacità dello studente.
L'altra faccia della medaglia sono gli studenti svogliati, disinteressati e imbonitori che sfruttano ogni possibile cavillo, impietosendo professori e assistenti, per liberarsi degli esami. Un simile atteggiamento è generato sicuramente da problemi pregressi ma anche dalla situazione attuale dell'università: professori come Rafdea, Stebar o Stemor non invogliano certo a prendere l'università sul serio. Alla luce di queste considerazioni non stupisce affatto l'aumento di disoccupazione dei neolaureati: la maggior parte degli studenti sceglie facoltà fuffa e anche in quelle un tempo impenetrabili come Ingegneria, Medicina e Giurisprudenza, si nota un aumento notevole dei laureati, probabile indice di un abbassamento dei livelli di conoscenza richiesti. Quanto detto può suonare quasi reazionario, ma un conto è dare a tutti la possibilità di studiare, un'altro è dare a tutti la possibilità di laurearsi, cosa che svuota di ogni valore la Pergamena e non fa che ritardare l'ingresso degli studenti nel mondo del lavoro, deludendone per altro le aspettative ("Ma come, sono laureato e vado a lavorare da McDonald's?").
Scioccato da quanto raccontato, il lettore potrebbe infine domandarsi se esistano soluzioni a questi immensi problemi. Forse no, ma è sicuramente possibile migliorare almeno in parte la situazione, ispirandoci ai migliori professori e alle università straniere che hanno sempre qualcosa da insegnare. Ad esempio: ci sono persone che sicuramente necessitano più tempo per apprendere le nozioni richieste in un certo corso, ma bisogna togliere a questi la possibilità di sostenere a oltranza un esame fino al raggiungimento del tanto desiderato diciotto. In Germania, per ovviare a questo problema, lo studente ha solo tre (3!) possibilità, in tutto il suo periodo di apprendimento, per sostenere un esame, dopodichè il rischio è quello di essere espulsi dal corso di studi. Qualcuno potrebbe giudicare un simile atteggiamento troppo selettivo (si può discutere sullo spostare il limite a cinque tentativi) ma ricordiamo, per chi fosse stato assente, che la Germania, nonostante sia stata divisa a metà per quarantanni, è ancora la potenza economica più trainante d'Europa. Probabilmente è anche merito del sistema di formazione. Bisogna solo capire cosa vuole essere l'Università Italiana: una fabbrica di mamme felici, feste di laurea e futuri disoccupati o un centro di Formazione di qualità, competitivo, in grado di sfornare professionisti competenti e utili alla società?

Dilemma dell'impiego post-laurea
Ridata la giusta dignità al sostenimento di un appello d'esame, il problema successivo è il modo in cui è strutturata la prova: in genere si viene bocciati perchè il professore chiede cose non spiegate, propone esercizi assurdi o fuori standard. Questo non deve più accadere: una volta fissati gli obiettivi didattici, deve esserci una domanda per ognuno di questi; solo così si evitano i colpi di fortuna ("Mi ha chiesto gli unici due capitoli che avevo studiato") o le scalogne estreme ("Mi ha chiesto gli unici due capitoli che NON avevo studiato"). Allo stesso modo il programma del corso deve essere finalizzato, soprattutto nel triennio, all'insegnamento di concetti generali e utili, il più possibile distaccati da problematiche filosofiche e metafisiche, che rischiano di essere banalizzate o non comprese. Mi riferisco, ad esempio, al corso di Analisi 1, Fisica e Analisi 2 per Ingegneria. Che senso ha, con il poco tempo a disposizione, obbligare gli studenti a imparare a memoria, senza alcuna comprensione, tonnellate di teoremi che verranno dimenticati il giorno successivo alla prova, e magari non insistere con esercizi di consolidamento su integrali e trasformate, nozioni che verranno utilizzate in tutti i corsi successivi? Certo, per un professore può risultare noioso insegnare "a far di conto" ma questo è certamente il primo passo per comprendere, in una fase successiva, le problematiche più concettuali.
Troppo spesso, poi, capita che il medesimo corso, tenuto da diversi professori, abbia un numero sproporzionato di promossi o bocciati. La prova deve essere la stessa per tutti e controllata usando standard di correzione comuni o in modo collegiale, come già accade nei Dipartimenti più attenti alla didattica di Mln. Il rischio, altrimenti, è che vengano meno i presupposti di uguaglianza tra i corsi e sul Supplemento alla Laurea sarebbe più corretto scrivere "Analisi 1: 30 con Flodal" oppure "Analisi 1: 18 con Stemor". Quanto detto ci porta inevitabilmente all'annoso problema dell'assegnamento dei crediti universitari corrispondenti a ogni esame superato: difficile stimare il carico di studio necessario all'apprendimento dei concetti di un certo corso, soprattutto perchè questo è, in genere, professore-dipendente. Una soluzione potrebbe essere l'approccio statistico, misurare il tempo medio che uno studente necessita per passare l'esame e il voto medio ottenuto, anche se sarebbe poi complicato adattare tale numero al requisito di sessanta crediti in un anno. In ogni caso, una volta garantita una buona didattica, questa diventa una problematica marginale e, a tratti, arbitraria.
Ma come assicurare che un professore faccia il suo dovere di bravo docente? Innanzitutto sarebbe necessario separare le carriere: è impensabile che uno studente desideroso di insegnare debba attraversare anni e anni di dottorato, piegarsi alle proposte più assurde del suo coordinatore, per poi vedersi scavalcato da colleghi più zelanti nella ricerca. Allo stesso modo, uno studente che voglia mettere alla prova le sue capacità di ricercatore non deve essere obbligato a fare il docente perchè il rischio è quello di rovinare intere generazioni di allievi.
Un professore entusiasta della sua materia è ben consapevole del supporto alla didattica di qualità offerto dalla Rivoluzione Tecnologica di questi anni: basterebbe, per ogni corso, registrare una lezione ben fatta, una volta per tutte, e poi pubblicare il relativo video e materiale che diventano così patrimonio dell'Università. Lo studente si scarica il video, lo guarda, e usa le lezioni per fare domande sugli argomenti che non ha capito, rendendo la comunicazione molto più rapida e personalizzata. Siccome la realtà è diventata molto più complessa di quanto non fosse cinquantanni fa, i dubbi possono anche essere segnalati tramite email, forum e messaggi così da dare il tempo al professore di cercare una risposta adeguata (è questo il caso di corsi che trattano tematiche allo stato dell'arte). Quanto illustrato accade già a livello di Università in America, Francia e Germania, nonchè in qualunque corso privato un minimo professionale. In Italia, il tutto viene lasciato all'iniziativa del singolo, che presto, circondato da colleghi svogliati, si arrende o lascia il lavoro a metà.
La tecnologia viene in aiuto anche per la questione dei giudizi sui professori: una piattaforma informatica d'ateneo ben fatta deve assicurare che uno studente non possa vedere il voto ottenuto in un esame senza aver prima espresso la sua opinione sul docente, sul corso e sugli argomenti spiegati. Usando metodi statistici, pesando i giudizi in base al profitto degli studenti e guardando il numero di promossi e bocciati al fine di evitare brogli o taciti accordi, diventa abbastanza semplice individuare i professori più scadenti, richiamarli e, se è il caso, tagliargli i finanziamenti per nuovi computer, worshop al Lago di Garda e simili. Stessa cosa per i corsi: se uno studente con una media del trenta e uno con la media del diciotto trovano un corso rispettivamente troppo facile o troppo difficile la cosa è poco rilevante, mentre il parere assume un certo peso se proviene da studenti con medie tra ventiquattro e ventotto.
Altro aspetto fondamentale sul quale insistere sono i controlli da portare a termine durante la prova d'esame: bigliettini, appunti, sostituzione di persona non possono essere permessi in una università seria. Al riguardo esistono di sicuro regolamentì e prassi da seguire (come ad esempio l'obbligo di controllare l'identità del candidato, verifica apparentemente scontata ma che non sempre viene eseguita). Molti professori, purtroppo, per pigrizia, disinteresse o dimenticanza ignorano queste regole, permettendo anche ai più furbi e meno preparati di passare gli esami. Si dirà che un simile atteggiamento è propedeutico al mondo del lavoro, dove il più forte e il più astuto hanno la meglio, però chi scrive ha la speranza (o illusione) che l'università sia qualcosa di diverso: l'unico bene prezioso dovrebbe essere la Conoscenza, per ricevere la quale, famiglie e studenti versano una non indifferente quantità di denaro. Infine è ovvio che i più esperti e smaliziati riusciranno a trovare modi sempre più raffinati di eludere i controlli, ma assicurare un minimo di rigore è anche un segno di rispetto nei confronti dei più onesti.
Trasformando quello che voleva essere uno scritto divertente in una serie di riflessioni abbastanza noiose, sono state illustrate alcune proposte per il miglioramento dell'università. Non si tratta di richieste fantascientifiche, ma solo di considerazioni basate sul buon senso, di idee in parte attuate, qua e là, in qualche ateneo più all'avanguardia o timidamente proposte dai docenti più volenterosi. Stupisce però la completa assenza di un vivo dibattito al riguardo, la mancanza di leggi, regolamenti e proposte istituzionali che spingano al rinnovamento e il silenzio delle associazioni studentesche e dei professori, troppo impegnati a protestare incondizionatamente contro i decurtamenti alla ricerca per domandarsi dove potrebbe essere utile tagliare e dove invece bisognerebbe investire.
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Politechnische Universität von Mln
