Accarezzo con lo sguardo la mia Yamaha, regalo ricevuto in adolescenza e ormai consumato dall’irriguardoso susseguirsi dei giorni. E’ adagiata in un angolo, vicino al costoso bagaglio dell’improvvisato fuggitivo. Immagino le giornate di lavoro affogate nel grigiore di un ufficio per riuscire ad acquistare un simile oggetto… Correre, affannarsi, odiare se stesso e gli altri per incrementare i propri guadagni o avere l’illusione del Potere? Non fa per me; mi accontento di essere come un impercettibile e infinitesimo granello di sabbia inserito nello straordinario meccanismo degli intrecci e delle interazioni umane alle quali non posso che opporre il silenzio di chi sa di non sapere.
Non ho poi fatto una scelta così assurda: ripenso a tutte le persone che ho incontrato, osservato e, forse, conosciuto. Ogni volto è una vita diversa, un differente tentativo di capire, amare e soffrire, che si conclude però nello stesso identico modo, portando fiumi di esperienze a confondersi nell’indistinguibile mare del passato. Cosa può allora dare un senso a questo continuo e indifferente pulsare? Di sicuro nulla di quello che mi sono lasciato indietro.
Questa sera però mi sento quasi importante, forse perché ho avuto un ruolo decisivo nell’insignificante partita di una manciata di esistenze: cosa sarebbe successo al mio nuovo compagno se non l’avessi aiutato? Sembra incredibile come un piccolo gesto possa condizionare la vita di migliaia di individui che probabilmente non conoscerò mai, come i poliziotti che stanotte rinunciano al loro sonno per inseguire l’uomo seduto accanto a me.
Le mie riflessioni vengono interrotte dall’uomo che domanda con un’aria tra l’imbarazzato e il divertito: “Quando arriveremo a Milano?”. “Domani, verso le otto”, rispondo pacato. Trascorre qualche minuto mentre alcune nuvole coprono l’esile spicchio lunare.
E’ il mio turno di chiedere un favore: “Senta, non è che ha un po’ di whisky nel suo bagaglio? Ho la gola secca come il cuore di un banchiere”. Sorridendo apre la valigia e mi porge una fiaschetta argentata commentando: “Ve la devo!”.
Appoggio lentamente l’imboccatura metallica alle labbra, inclinando leggermente il contenitore. Un dolce sapore mi riempie la bocca. “Ottimo! Deve avere almeno dodici anni”, esclamo ristorato restituendo la fiaschetta, ormai quasi vuota, al legittimo proprietario. Forse la cosa che mi è mancata di più durante i miei vagabondaggi è il vino, che ho potuto bere solo in rare occasioni.
Dopo aver ringraziato per la gentilezza, deciso a fare un sonnellino, mi sdraio sulla paglia sparpagliata tra le tavole del pavimento, suggerendo al mio nuovo amico di fare altrettanto. Non sembra ascoltare il consiglio, perché resta seduto, con la schiena appoggiata al portellone, mormorando parole che il vento disperde lontano.
Al mio risveglio scopro che è crollato anche lui, sotto il peso della stanchezza. Ora dorme beatamente in un angolo del vagone. Ci si può abituare a tutto, anche a quello che non avresti mai pensato di potere, o di dover fare.
E’ già l’alba. I paesi si risvegliano, le auto iniziano a circolare. Uno studente fermo al passaggio a livello di Affori incrocia, interrogativo, il mio sguardo. Il sole si è ormai alzato sopra le colline inondando tutta la regione di una luce vitale. Con uno strattone delicato ma vigoroso sveglio il mio compagno. “Presto arriverà a Milano Sarà meglio che scenda prima dell’arrivo in stazione, appena il treno rallenterà per curvare”. Coi capelli arruffati e un’aria ancora assonnata mi risponde con un poco convinto: “D’accordo!”.
Una volta rialzatosi infila una mano in tasca, prende il portafogli ed estrae una manciata di banconote da venti euro dicendo: “Signor Pellegrin, io”. “Si tenga i suoi soldi, signore” lo interrompo freddo. “Mi basta il piacere della compagnia di un vero gentiluomo, che si porta appresso un whisky di altrettanta qualità”. Quasi sorpreso da questo complimento l’uomo mi porge la mano.
Mi rendo conto di quante cose vorrei domandare alla persona che sto salutando, attratto forse dalla curiosità di conoscere il motivo della sua fuga e il luogo dove spera di potersi rifugiare, oppure dal desiderio di raccontargli la mia storia. Magari avere uno scambio di ricordi e di emozioni, uno spiraglio sulle nostre vite così diverse ed ora, per uno di quei tanti giochi del destino, così ravvicinate. Ma ormai non c’è più tempo. Il treno comincia lentamente a rallentare affrontando una larga curva. Un segnale rosso indica la nostra prossimità alla stazione. All’orizzonte alcune ciminiere emanano un fumo grigiastro mentre il mio compagno si prepara al salto.
“Vada adesso!” urlo deciso. Lo vedo toccare il suolo, sbilanciarsi, scivolare e fermarsi, mento a terra, sul terriccio che costeggia le rotaie. La valigia, apertasi a causa dell’urto, disperde vestiti ovunque.
Torno ad accarezzare le corde della chitarra sedendomi tra la paglia. La sagoma del viaggiatore è ormai un puntino confuso tra i metallici artigli della città quando il treno, subito dopo la fermata, riprende velocità.



