Scopro anche che non corre buon sangue tra gli abitanti di Praga e quelli del resto del paese. Jana confessa di percepirli come altezzosi e mi racconta l'aneddoto del cittadino di Praga e della vecchia di Brno: va premesso che quest'ultima città si trova in Moravia, una regione con usi e costumi molto diversi dal resto del paese, e che in ceco standard "Come?" si traduce con "Co?", mentre in "dialetto" di Praga si dice "Cože?").
Ciò detto, il nostro bravo, emancipato cittadino si reca in visita a Brno. Il viaggio è stato lungo e desidera dissetarsi alla fontana. Una vecchia del paese lo avverte: "Guardi che nella fontana ha appena pisciato uno zingaro". Il cittadino, poco avvezzo alla pronuncia locale, domanda "Cože?", rivelando così la sua provenienza dalla capitale. "Bevi piano che è fredda" risponde la vecchia.

Un piatto di Knedlíky (sono più buoni di quanto sembrino)
La Storia e la Politica non sono comunque i soli aspetti interessanti della Republika (come la chiamano i cechi): dopo il primo assaggio dei Knedlíky, gustosissimi gnocchi dalla forma allungata consumati insieme ad arrosto (in questo caso il nome del piatto diventa vepřová pečeně s knedlíky), sono diventato rapidamente un fan di Bramboráky, frittelle di patate, un adoratore di Řizek, simile alla nostra cotoletta impanata ma resa più interessante dall'impronunciabilità del nome, e un divoratore di Koláče, torta con amarene e zucchero a velo. Insomma, la cucina ceca, svelatami giorno dopo giorno dalle incredibili doti culinarie di Šárka e Jana, merita davvero attenzione. L'unica cosa che non è riuscita ad entusiasmarmi è stata la zuppa, immancabile a cena, che sembra più una bevanda che un primo piatto.
Anche la lingua ceca inizia a farsi meno misteriosa: grazie alle lezioni di Šárka, cominciate quasi per gioco e poi continuate con interesse sempre crescente, riesco, con qualche frase fatta inserita nel contesto giusto, a spaventare gli altri cechi, facendogli credere di capire i loro discorsi ("You're getting dangerous" dirà Petr con un sorriso).
Il primo viaggio in Repubblica Ceca è avvenuto circa quattro mesi dopo il mio arrivo a Linz. L'organizzazione della gita era stata affidata a Rosa, meticolosissima studentessa spagnola di matematica, che aveva individuato in Český Krumlov la meta ideale per tre giorni di svago dopo la prima sessione di esame. Accompagnati dall'austriaco Georg e dall'infaticabile Šárka, giunta apposta da Praga per l'occasione, abbiamo cominciato l'esplorazione di questa incredibile cittadella medioevale. Scopro così che la Repubblica Ceca è il paese con la più alta concentrazione di castelli del mondo.

Il Castello di Český Krumlov
L'ostello in cui alloggiamo è gestito da una coppia di simpaticissimi australiani che l'hanno preso in concessione per tre anni. Il loro ceco è di poco superiore al mio ma, con il supporto di un manualetto di frasi fatte corredate da preziose annotazioni dei lettori (come "děvka is different from dívka", essendo la prima parola "pu**ana", pronunciato dievca, mentre la seconda "ragazza", pronunciato diivca), riescono ad intendersi anche con i turisti locali. L'aspetto che più mi colpisce di questo primo viaggio sono i prezzi bassissimi: la birra è addirittura più conveniente dell'acqua, un piatto di carne costa meno di 3€. Nel complesso il paesino è molto turistico e pertanto tutto suona un po' artificioso, sebbene il castello e le stradicciole mantengano intatto il loro fascino medioevale.
Le visite successive alla Repubblica saranno invece molto più genuine: ospite per due giorni nel cottage della nuova coinquilina di Šárka, Renata, a Sázava, familiarizzo con le tradizioni tipiche degli abitanti della capitale: le famiglie un minimo abbienti posseggono un piccolo terreno fuori città nel quale esercitano il giardinaggio e dove passano le afose giornate estive. Le inondazioni sono all'ordine del giorno e il fiume è trattato come un vecchio amico dal carattere irascibile. Stesse considerazioni valgono per il paesino di Řež, di cui è originario l'amico Eugen, e in prossimità del quale è ospitato una reattore nucleare che sfrutta l'acqua proveniente dal fiume Vltava (Mòldava, in italiano).

Jonas Fink cammina per le vie di Praga
E veniamo ora alla magica e indimenticabile città che ha dato spunto a questa pagina e alla fotocomposizione riportata poco sotto: Praha! (Praga in italiano, Prag in tedesco e Prague in inglese)
Il mio primo "incontro" con la capitale ceca avviene tra le pagine del fumetto Jonas Fink di Vittorio Giardino, un'opera di incredibile profondità e spessore, capace di teletrasportare letteralmente il lettore indietro nel tempo e nello spazio. Come sempre accade quando ho la fortuna di andare in "pellegrinaggio" nei luoghi cantati, raccontati o disegnati dai miei autori preferiti ho fatto il possibile per ritrovare le strade, i muri e i monumenti rappresentati nel fumetto. Non è stato facile far capire ai miei amici cechi, che mi hanno pazientemente guidato per la città, perchè ci tenessi tanto a fotografare il passaggio di un tram diretto a Malá Strana o le targhe delle strade di Na Kampě.
Ma andiamo con ordine: arrivo a Praga di notte, con un bus della Student Agency partito da Budapest con fermate intermedie a Győr, Bratislava e Brno. La cupa stazione di Florenc sembra come in attesa, immobile e silenziosa, nella tiepida notte estiva. Šárka, che è gentilmente venuta a prendermi, mi guida con mano sicura attraverso i dedali della metropolitana. Ascolto per la prima volta lo spettrale scampanellio che avverte della chiusura delle porte dei vagoni: "Ukončete, prosím, výstup a nástup, dveře se zavírají".
Per ora niente di che, una metropoli europea come tante altre. Raggiungiamo in una mezz'oretta la nostra destinazione, dalle parti di Černý Most, periferia est della città, dove lei abita con il padre. Il quartiere popolare sembra uscito da un manifesto di propaganda filo americano: grigi palazzi di 12 piani inframmezzati da siepi identiche e squadrate. Si nota però una voglia di rinnovamento: impalcature e pannelli ovunque, qualche solitario cartello scritto in inglese, i vivaci colori con cui si stanno ridipingendo i muri risaltano alla tenue luce dei lampioni.
Entriamo nel palazzo (in alto, sopra la porta, campeggia il nome del padre di Šárka e della sua agenzia di riparazioni), prendiamo l'ascensore e quindi oltrepassiamo la soglia di casa. La stanchezza non mi impedisce di imprimere nella memoria ogni particolare dell'arredamento, che ritroverò, più o meno dissimulato, nelle case di tutti gli altri amici cechi, e che imparerò a riconoscere come "stile sovietico". Armadietti marroncini con piccoli pomelli di apertura, scaffali dello stesso colore, finestre con infissi grigi. Faccio conoscenza anche del "paradigma dei bagni separati": in pratica, ogni casa ceca ha una stanza con il water e un'altra stanza con il lavandino, la doccia e la vasca da bagno. Al mio stupore Šárka risponde divertita: "Così è più pratico: se uno è in bagno un altro può farsi la doccia allo stesso tempo"...

Fotomontaggio dedicato agli amici cechi e in particolare
a Šárka, insostituibile compagna di viaggio.
Clicca sull'immagine per ingrandire.
L'indomani si rivela ricco di sorprese. Dopo una "colazione alla ceca" (pane nero, prosciutto, burro e succo d'arancia) il ritrovo con gli altri amici è fissato sotto la statua di Re Venceslao, a Václavské Námesti. Eugen, come sempre in ritardo di una ventina di minuti, prende la guida del gruppo e, con passo di marcia, dà inizio alla gita.
Ogni strada è un mistero, ogni piazza un libro di storia, ogni negozio un mondo inesplorato. Vorrei potermi soffermare ad ammirare tutti i dettagli, così da poter immaginare come quello stesso tratto di strada sarebbe apparso nei decenni passati, durante gli ultimi rantoli dell'Unione Sovietica, all'arrivo dei carro armati polacchi, ai tempi dell'assassinio di Heydrich, oppure sotto l'Impero Austroungarico.
Lo stile moderno, nel suo anestetizzante conformismo capace di rendere indistinguibili Berlino, Londra e Parigi, sta poco a poco cancellando i segni del passato. Una radicale modifica resa ancora più immediata dalla volontà di dimenticare al più presto quello che è stato, nella speranza di costruire qualcosa di nuovo e migliore. Come per incentivare le mie riflessioni, attraversando Vinohradská, passiamo davanti alla sede centrale di Radio Free Europe/Radio Liberty, l'emittente, precedentemente situata nella Germania dell'Ovest, che, durante la guerra fredda, cercava di fornire "notizie fattuali" aldilà della cortina di ferro.
Attraversiamo il quartiere di Nové město (città nuova) e ci dirigiamo verso Vyšehrad, uno dei castelli più famosi di Praga. La vista dal muro di cinta è indescrivibile: la Mòldava si estende pigra in tutta la sua bellezza sotto i miei occhi. Le barche scivolano lente sulla superficie del fiume. Scorgo in lontananza alcuni monumenti a me ancora sconosciuti. Praga sembra proprio una ragazza seducente che mi inviti, con uno sguardo blu mare, a scoprirla poco per volta. Mi riprometto di provare a fissare su carta quest'intuizione una volta tornato in Italia.

Il ponte dei suicidi
Una breve visita per il cimitero del castello (Vyšehradský hřbitov), dove sono sepolti alcuni degli artisti e compositori più famosi della Repubblica, mette in luce la mia ignoranza in fatto di cultura ceca: di una cinquantina di nomi conosco solo Gregor Mendel e Antonín Dvořák, che credevo fosse russo. Ritorniamo sui nostri passi attraversando Nuselský most, il ponte dei suicidi, impressionante strada sopraelevata che si affaccia sulla ferrovia.
L'itinerario da noi seguito nei giorni successivi è tipicamente turistico: Staré Město, la città vecchia, con la sua piazza e l'orologio astronomico, Josefov, il quartiere ebraico con le sue numerose sinagoghe e la casa di Kafka, Karlův most, il ponte di Carlo con la sua torre e la statua... Qui Renata, sebbene originaria di Kolín, un paese a cinquanta chilometri da Praga, dimostra la sua profonda conoscenza della città: "Sapete che guardando la statua di Carlo IV da un certo punto sembra stia facendo pipì?". Credeteci o no, è proprio così e il punto prospettico sembra quasi essere indicato da una rosa dei venti posta a destra della statua guardando dalla città vecchia.

La Mòldava
Esaurite risate e battutine, attraversiamo il ponte più famoso di Praga. Inutile cercare di descrivere a parole la splendida vista che si ha della città. Sarebbe come cercare di spiegare il colore del mare o il cadere delle foglie d'autunno. Certe cose bisogna davvero viverle per poterle assaporare e qualunque racconto, per quanto accurato, tralascerà sempre particolari fondamentali.
Eugen aggiunge un altro tocco di classe alla gita: giunti alla fine del ponte, nella zona denominata Pražské Benátky (letteralmente, Venezia di Praga, soprannome dovuto alla presenza di piccole stradine e canaletti che sembrano evocare uno scorcio del capoluogo veneto), ci conduce in un ristorante. Saluta sicuro i camerieri e ci guida attraverso le varie sale da pranzo, fino ad una zona all'aperto, sempre appartenente al locale, dalla quale è possibile toccare le fondamenta del ponte. L'ora di cena è ormai vicina (sono già le sei di pomeriggio, e in Repubblica Ceca si comincia a mangiare alle cinque) e ci dirigiamo verso la periferia, dove i menu sono un po' più a buon mercato.
Il giorno seguente, la gita continua tra i giardini di Na Kampě, il quartiere Malá Strana, il parco di Petřín e la sua torre Petřínská rozhledna, alta 60 metri, dalla quale si ha una vista panoramica della città.

Panorama da Petřínská Rozhledna
Visitiamo quindi la Cattedrale di San Vito, il castello di Carlo e il Parlamento. Sulla via del ritorno mi godo un romanticissimo tramonto dal ponte Most Legií. E' ormai sera quando giungo con Šárka a casa. Suo padre, appena tornato da tre giorni di riposo nel cottage di famiglia, mi accoglie con cordialità. Rimango positivamente colpito dai suoi tentativi di parlare in inglese. Considerando che è nato a metà anni '30 mi domando dove abbia avuto l'occasione di imparare questa lingua praticamente bandita dal blocco orientale.
Incuriosito domando, cautamente, ulteriori informazioni. Annuisce e poi si rivolge alla figlia: "Co řikal?" ("cosa ha detto?"). I suoi occhi di un azzurro intenso che neanche lo scorrere del tempo è riuscito a sbiadire, sembrano risplendere di una nuova luce mentre risponde, in ceco, ai miei interrogativi. Scopro così che ha studiato in un college inglese per due anni, che era di famiglia benestante e che molti dei suoi averi, compresa la sua casa natale in Slovacchia, vennero confiscati durante il comunismo.

Jonas Fink
Il suo racconto non tradisce alcuna animosità. Forse i sentimenti più forti sono mitigati dalla saggezza e dal distacco acquisiti in quarant'anni di regime. Mi racconta, tentando con frequenza sempre maggiore qualche frase in inglese, della Primavera di Praga (Pražské jaro, in ceco), periodo di rinascita culturale e sociale della Repubblica, durante il quale la morsa di Mosca sul paese sembrava allentarsi, per lasciare spazio a qualche timido tentativo di rinnovamento. Speranze immediatamente distrutte dall'invasione dei carro armati sovietici, provenienti da Polonia, Ungheria e Bulgaria, e del successivo inasprimento del regime. Mi parla dei giovani coinvolti nelle manifestazioni in Piazza Vaclav, di donne di paese che invertivano le indicazioni stradali per rallentare l'avanzata dei tank, di amici, volti e suoni ormai appartenenti a un epoca passata.
Šárka ci domanda cosa vogliamo per cena. "Řizek!" esclamo io, ricevendo, per la perfetta pronuncia, i complimenti del padre, che sapevo essere un grande amante del cotolettone impanato. Approfittando di questa pausa imprevista, dirotto il discorso verso tematiche più rilassate, facendomi raccontare dei viaggi al mare negli anni '70, quando le uniche scelte possibili, nel blocco sovietico, erano la Polonia ("troppo fredda") o la Bulgaria ("2 giorni di macchina e una lingua incomprensibile"). E poi, sempre punzecchiandolo con la mia curiosità, mi faccio narrare dei numerosi lavori che ha svolto nel corso degli anni: costruttore di apparati elettronici, venditore di libri, meccanico, esperto di macchine da cucire...

La Praga di Jonas Fink
La cena è consumata in un'atmosfera amichevole, tra discorsi in ceco, italiano, inglese e tedesco, e annaffiata con dell'ottimo Tokaji ungherese, patria originaria del nonno di Šárka. Quello che mi pervade è un sentimento di pace nei confronti del mondo: una tavola imbandita, del buon vino, e il desiderio di ascoltare chi si ha di fronte fanno dimenticare ogni differenza di età, cultura e lingua. Sensazioni già provate durante il breve e lungamente rimpianto periodo di studente Erasmus in Austria ma in qualche modo acuite dalla presenza dell'anziano signore. In questo momento le aberrazioni nazionalistiche che per secoli hanno tenuto, e in parte ancora tengono, in scacco l'Europa sembrano semplicemente irreali. Se tutti gli abitanti del globo potessero assaporare istanti simili, la parola Guerra verrebbe definitivamente cancellata dal vocabolario.
Parto il giorno seguente dall'aereoporto di Ruzyně, con in cuore l'infelicità tipica di chi sa che, per lungo tempo, non potrà rivedere le persone con cui si è trovato tanto in armonia, e gli splendidi luoghi che hanno fatto da cornice ai suoi vagabondaggi.

Un paternoster in azione
Tornerò a Praga solo nove mesi dopo, sul finire dell'inverno, questa volta da Renata, che mi ospita nella sua stanza in un dormitorio studentesco del quartiere di Žižkov. L'appartamento è grande e funzionale, contraddistinto dall'immancabile "stile sovietico" di cui si parlava poco sopra: ci sono due stanze doppie, una cucina non abitabile e i due bagni. Al piano terra c'è il pub e la mensa. L'obiettivo di questa seconda visita è quello di entrare ancora più in contatto con gli abitanti di Praga, anche in vista di un possibile lavoro nella città. Pertanto, sempre accompagnato dai miei amici, visito alcune università, i pub studenteschi e il Luna Park di Výstaviště. La lingua è sicuramente un ostacolo notevole alla socializzazione: è difficile trovare giovani disposti a parlare un'intera serata in inglese, o comunque a limitare l'utilizzo del ceco.
Completo il giro turistico interrotto l'estate precedente visitando la Torre televisiva di Žižkov, il parco naturale Divoká Šárka (letteralmente "Šárka selvaggia", dal nome di una principessa protagonista di una famosa favola ceca), e alcuni monumenti del centro storico. Grazie a Saša, provo anche l'ebbrezza dell'utilizzo di un paternoster, un ascensore composto da una catena di compartimenti aperti che si muovono in circolo su e giù per il palazzo.
Negli anni a venire riesco a incontrare, in luoghi e momenti diversi, più o meno tutti gli amici del paese: Zdenka, impegnatissima col suo nuovo lavoro tra Repubblica Ceca e Ungheria, Andrea, di passaggio da Brno dove vive con il suo ragazzo, Petr, sempre allegro e rilassato, Jan, ormai professionalissimo economista, Hanka, impenetrabile e misteriosa, Petra, dolce e sorridente, Klára, appena tornata da un viaggio in Cambogia, Jana, che si accinge a partire per Parigi, Vaclav, sorpreso di incontrarmi in un corridoio dell'università...
Molto tempo è passato dalla mia ultima visita in Repubblica Ceca. I contatti con gli amici del posto si sono lentamente affievoliti, fino quasi a scomparire. Molte delle case in cui hanno vissuto sono passate di proprietà, sono state ristrutturate oppure demolite. Le persone con cui ho condiviso la mia giovinezza sono invecchiate, magari hanno cambiato paese, sono sposate, divorziate, forse scomparse.
Anche io sono cambiato: molte cose, che credevo dovessero durare per sempre, sono andate distrutte, sostituite da altre esperienze, che hanno generato gioie e sofferenze nuove, allora imprevedibili, così come le antiche tristezze e felicità mi risultano oggi difficili da comprendere. Per questo ho deciso di fissare con un racconto e delle illustrazioni i nomi, i volti e le storie delle persone che mi hanno accompagnato per un tratto importante e indimenticabile della mia vita. A loro, e alla generosissima Repubblica Ceca, è dedicato questo racconto.
July 31, 2010, 4:57 pm





