
La birra Soproni, prodotta nella regione di Sopron
La prima sera la passiamo al bar del paese. L'atmosfera è grande, nonostante non riesca a capire praticamente nulla di quello che viene detto. Circondato da campi sterminati, sommerso dal canto dei grilli, illuminato da una luna maestosa che si affaccia dal piatto orizzonte, il piccolo pub sembra essere l'unico luogo di conforto per gli esseri umani, spaventati da una natura che li ha da tempo rinnegati. Non si può fare a meno di pensare al ruolo fondamentale che questo posto ha giocato nella dinamica del paese. Gli odori, i suoni, i discorsi del passato sembrano risuonare e mischiarsi con quelli del presente.
Il locale è composto principalmente da due sale: la prima, quella di dimensioni maggiori, ospita due tavoli, qualche tavolino, una tv, una radio e il bancone del bar. La seconda, la "sala giochi", contiene un tavolo da ping pong e i trofei di caccia della famiglia. Le persone ai tavoli, alcune impegnate in una partita a carte, altre in fitte conversazioni, salutano allegramente l'ingresso del sindaco e dei figli. Inutile dire che in un paesino di 1367 anime si conoscono tutti. Grazie alle traduzioni di Berni ricevo qualche dettaglio in più sugli abitanti del paese: quello che legge il giornale in un angolo fa parte del corpo dei pompieri del paese, quello al suo fianco ha lavorato come cacciatore per l'impresa del fratello e infine, quello con una strana smorfia che sembra paralizzargli la faccia, cadde in un pozzo all'età di undici anni. Da allora, visto il profondo shock mentale riportato in seguito alla caduta, è sempre stato accudito e aiutato dagli abitanti del paese. La serata trascorre tranquilla tra birra ("Sor") e chiacchere.

Un campo di nomadi in un dipinto di Van Gogh
La mattina dopo giungono nuovi ospiti ungheresi e anche stranieri. Nonostante il tempo trascorso nella casa non riesco ancora a capire quanti posti letto offra, ma li stimo intorno alla quindicina. Con Csabi e Laci decidiamo di fare un giro a piedi fino a una chiesina situata alla fine di un sentiero che parte proprio di fronte alla casa. Giunti sul posto in una ventina di minuti notiamo che alla sinistra dell'edificio religioso si dipana un nuovo sentiero. Questo si trasforma presto in una strada asfaltata nei pressi della quale sorgono alcune baracche e delle case dai muri scrostati. In lontananza si vede un gruppo di ragazzini di carnagione scura che giocano a palla. "Tzigani?" domando io. Incapaci di rispondere all'interrogativo, decidiamo di inoltrarci lungo la stradina. Giunti in prossimità dei primi caseggiati iniziamo a sentire rumore di passi alle nostre spalle e frasi in magiaro. Su suggerimento dei miei compagni ungheresi continuiamo a camminare a passo normale parlando solo inglese. Man mano che avanziamo il numero degli "inseguitori" si fa sempre più numeroso fino a quando una donna urla qualcosa in modo concitato e capiamo che il gruppo dietro di noi si è fermato. Raggiungiamo risollevati il bivio che ci ricongiunge alla strada principale mentre Laci mi spiega l'accaduto: siamo probabilmente finiti della parte "zingara" (in Ungheria sono principalmente stanziali) del villaggio e gli uomini del posto hanno percepito la nostra camminata come un'invasione del loro territorio. Per questo motivo hanno gridato una serie di insulti domandando perchè non li salutassimo. Una donna, dotata di un gran buon senso devo dire, ha però urlato di smettere di infastidire i turisti stranieri e cosí siamo riusciti a passare senza problemi.

Il Gulash, piatto tipico ungherese
Sulla strada del ritorno domando altre informazioni sulle popolazioni "zingare" presenti in Ungheria. L'idea di Laci è ben chiara e non diversa da quella di molti italiani: gli zingari sono solo un problema. Non studiano (aveva un compagno di classe rom), non si integrano (mi cita uno studio finlandese al riguardo) e fanno solo danni (come rubare i tombini dalle strade per rivenderli). Domando allora se esistono, come da noi, partiti che sfruttano la paura della gente per guadagnare voti promettendo repressioni e pene più severe. Scopro che questo non è possibile prima di tutto per via delle normative europee, che prevedono fondi per la protezione delle minoranze etniche. Questi sarebbero immediatamente revocati nel caso in cui qualche partito xenofobo guadagnasse potere. Inoltre, secondo Laci, i politici corteggiano gli zingari, dato che in Ungheria sono circa un milione (10% della popolazione) ed è facilissimo avere il loro voto in cambio di qualche regalo. Csabi, invece, la pensa in maniera meno drastica ma non nega comunque l'esistenza di seri problemi con queste popolazioni.
Giunti a casa raccontiamo la nostra piccola avventura e scopro così che incidenti simili sono abbastanza frequenti. Il padre mi racconta un aneddoto riguardante il ponte che collega le due sponde di un piccolo fiumiciattolo che scorre attraverso il paese. Inizialmente era stato costruito in legno ma, dopo due giorni, le assi che lo componevano vennero misteriosamente rubate. Si fece allora un altro ponte sempre in legno e anche questo durò ben poco. Infine si decise di costruirne uno in ferro battuto che resiste tutt'oggi. Scopro anche che la popolazione zingara del paese conta circa 300 persone (circa il 25%) e ha una serie di tradizioni particolari, specie per quanto riguarda il culto dei morti, che Berni trova davvero affascinanti. E' ormai ora di pranzo e in breve, intontiti dall'ottimo gulash e da due Jägermeister (uno prima del pasto e uno dopo), la discussione scivola verso discorsi meno impegnati.

Oltre ai cinghiali nella regione di Sopron
si possono trovare lepri e alci.
I preparativi per la festa degli studenti Erasmus hanno inizio nel pomeriggio: Lívia, Berni e la madre di quest'ultima si alternano ai fornelli sfornando pietanze sempre più appetitose, mentre i maschi si occupano di apparecchiare la tavola e accendere il fuoco per la grigliata. Qualche ora dopo cechi, italiani, croati, serbi ma soprattutto ungheresi siedono di nuovo allo stesso tavolo mangiando, bevendo e cantando in molte lingue diverse. Per qualche istante, complice forse anche l'ottima birra ungherese, questi idiomi sembrano fondersi in un'unica poderosa voce che travalica le frontiere, supera le differenze culturali e abbatte i luoghi comuni, innalzandosi nel cielo stellato e indifferente.
Il giorno successivo, che comincia verso le due del pomeriggio, si trascina pigro tra succulenti pranzi, dell'ottimo vino e qualche partita a scacchi. Alcuni amici partono e la casa si svuota lentamente. Nel pomeriggio, uno zingaro di dieci anni prova a rubare la moto del fratello di Berni, parcheggiata sotto casa. Quest'ultimo, reagendo in maniera energica al tentativo di furto, ha ferito il bambino con un pugno. E' scattata immediatamente la denuncia e il giovane dovrà recarsi l'indomani nella città vicina per rispondere delle accuse di aggressione. Gli zingari non si presenteranno per ben due volte all'udienza e quindi, fortunatamente, non ci saranno conseguenze penali.

Moszkva tèr, importante punto di interscambio delle linee tranviarie di Budapest
La sera veniamo invitati a una battuta di caccia che si rivela purtroppo deludente. Probabilmente a causa dell'elevato numero di partecipanti, gli animali non si fanno vedere. La mattina dopo però scopriamo che gli altri cacciatori, rimasti in piedi fino alle sei, sono riusciti a catturare un cinghiale gigantesco. Osservo affascinato il rispetto con cui viene trattata la preda e la meticolosità con cui si utilizza ogni sua parte per preparare il pranzo d'addio. Il pomeriggio parto con la corriera in direzione di Sopron da cui proseguirò poi per la capitale magiara. Alla stazione ho qualche difficoltà a comprare il biglietto perchè allo sportello parlano solo ungherese. Intendendoci a gesti riesco a salire sul treno appena in tempo. Dopo tre ore di viaggio giungo alla Stazione Est (Budapest Keleti Pályaudvar) dove trovo Lívia, che mi ha gentilmente offerto ospitalità per tre notti, ad attendermi.

Il Castello di Vajdahunyad
Con l'efficentissima metro giungiamo in pochi minuti al suo appartamento nei pressi di Deák Ferenc tér, stazione di raccordo delle tre metro cittadine situata sulla sponda di Pest. Dopo un pranzo a base di sushi (di cui lei è molto ghiotta) mi fornisce tutte le indicazioni su come muovermi nella città. Essendo davvero impegnata con gli studi e il lavoro non avrà molto tempo per accompagnarmi a fare il turista. Per fortuna riesco a mettermi in contatto con Péter e mi incontro con lui diverse volte. Mi propone un itinerario classico (Budai Vàr, il castello di Buda con splendida vista sulla città, Hosök tere, la piazza degli eroi, Vajdahunyad vàra, il castello del parco cittadino), inframezzato da mete meno tradizionali, come ad esempio il primo McDonald's del blocco sovietico (edificato nel 1988) o Moszkva tèr, l'immensa piazza che funge da collegamento tra molte delle linee tranviarie della città. La sera andiamo al Csempe (letteralmente "piastrella", dal tipo di arredamento della sala principale), un "pub socialista" assolutamente al di fuori del circuito turistico, e per questo motivo davvero autentico. Cosa non meno importante, una birra grande costa 50 centesimi.

L'alfabeto runico ungherese
Osservando la città di Budapest, non posso fare a meno di notare i continui rimandi antiaustriaci e antisovietici dei monumenti, che sottolineano ancora una volta il forte attaccamento degli ungheresi alla loro nazione, alla loro storia ma anche alla loro lingua, considerata spesso una delle più difficili del mondo. L'ungherese ha infatti un alfabeto di 44 lettere, di cui 14 sono vocali. Questo elevato numero di caratteri proviene dall'adozione e successiva modificazione dell'alfabeto latino, avvenuta intorno all'anno 1000 durante il regno di Stefano I, che portò al lento abbandono degli antichi caratteri runici ungheresi. Dev'essere davvero fastidioso per i magiari sentire storpiati questi suoni, infatti, a differenza di cechi e slovacchi, non mostrano un particolare entusiasmo quando provo a balbettare qualche parola nella loro lingua e raramente mi incoraggiano a farlo.

Il Parlamento Ungherese, inaugurato nel 1896 in occasione
del millesimo anniversario della nascita dell'Ungheria
Lívia riesce a trovare un po' di tempo per organizzare e accompagnarmi in una visita guidata nel bellissimo Parlamento Ungherese (Országház). Difficile descrivere a parole la magnificenza delle facciate, la perfezione delle statue raffiguranti gli eroi ungheresi e le immense scalinate che compongono il più grande edificio del paese. Le sale sono gigantesche, le decorazioni ricchissime e si sprecano gli aneddoti al riguardo. Qui, a partire dal 1° Gennaio del 2000, è anche custodita la Corona di Santo Stefano (Magyar Szent Korona) con cui venivano incoronati i sovrani di Ungheria.
Proseguiamo il giro visitando Mátyás-templom, una delle più antiche e amate chiese ungheresi. Il valore storico di questa chiesa è notevole dato che è stata luogo del cosiddetto"Miracolo di Maria": la città di Buda era stata conquistata dagli Ottomani che avevano trasformato le chiese principali in moschee. In seguito all'assedio della città (1686) da parte della Lega Santa, uno dei muri della chiesa cedette, rivelando, agli occhi degli attoniti musulmani riuniti in preghiera, una statua votiva dedicata alla Madonna. Pare che questo evento scosse parecchio il morale della guarnigione che si arrese quello stesso giorno.

La Corona di Santo Stefano
Ciò che più mi colpisce è la presenza di bandiere magiare all'interno dell'edificio che sembra sottolineare il forte legame presente nel paese tra elementi nazionalistici e religiosi. Quasi stupita dai miei interrogativi al riguardo, la guida mi spiega che il vescovo, su ordine del Vaticano, ne ha chiesto la rimozione. Nel negozio di souvenir, dove vorrei comprare una bandiera ungherese, scambio qualche parola con il proprietario. Sono impressionato dal suo perfetto italiano e scopro così che conosce ben sette lingue tra cui il russo e l'arabo. Mi racconta della sua vita, di quella che lui percepisce come la decadenza della cultura italiana e del drastico calo del livello intellettuale dei turisti. Un po' depresso ma rinfrancato da uno sconto di 1500 Forint (circa 5€) sulla bandiera, riprendiamo la strada di casa
L'ultimo giorno a Budapest, su suggerimento di Lívia, lo passo a Margit-sziget, un'isoletta del Danubio di circa un chilometro quadrato situata tra i ponti Margit híd e Árpád híd. Un posto davvero suggestivo, soprattutto per il bellissimo parco di cui è sede che contiene tra l'altro una splendida fontana e il monumento celebrativo dell'unione delle vecchie città di Buda, Óbuda e Pest avvenuta il 17 Novembre 1873.

Il Parco di Margit-sziget
Parto nel pomeriggio, con un bus della Student Agency diretto a Praga, dalla stazione di Üllői út. Il ricordo delle avventure degli ultimi giorni, dei simpaticissimi amici conosciuti e dei fantastici posti visitati, si affollano nella mia memoria mentre, cullato dal lento sobbalzare del bus, mi addormento dolcemente.
July 31, 2010, 4:56 pm










