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di Fabrizio De Andrè
Edito nel 1967
da Edizioni musicali: BMG Ricordi S. p. a. (ex Editori Associati)
Via Berchet, 2 - 20121 Milano



Voto utenti: 2.8 su 5 (56%)
(voti: 48, canzoni votate: 100%)

Dal Fabrizio De Andrè's Forum - Ultimo Topic:
De André a Teatro proposto da proteina

T = traduzione o versione originale
ASCOLTA = canzone ascoltabile
ASCOLTA = canzone che verrà aggiunta al più presto
G = tablature
N = note alla canzone
COMMENTA = commenti e voti
ASCOLTA = guarda il video

Torna in alto Volume I
TitoloPossibili Azioni
Prefazione 
Preghiera in gennaio -  -  -  N (1)2.2 - 
Marcia nuziale T  -  -  N (0)3.8 - 
Spiritual -  -  -  N (0)2.0 - 
Si chiamava Gesù -  -  -  - (0)2.0 - 
La canzone di Barbara - Ascolta G  - (2)3.3 - 
Via del campo - Ascolta -  N (2)2.0 - 
Caro amore - Ascolta -  N (1)3.8 - 
La stagione del tuo amore - Ascolta -  N (0)2.3 - 
La morte T  -  -  N (0)3.8 - 
Bocca di rosa -  -  -  N (2)3.2Guarda
Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poiters -  -  -  N (1)2.7 - 


Torna in alto prefazione


Ecco i testi della prefazioni che accompagna l'edizione di "Volume I" del 1967 e del 1970:

Definire un cantante è sempre qualcosa di molto difficile ma lo diventa ancora di più quando questo cantante è Fabrizio De Andrè, un personaggio schivo, al quale male si addicono gli echi mondani, i clamori della prima pagina. Introverso, anche, proprio come ogni ligure che si rispetti, forse diffidente del primo contatto umano e tutto dedito sempre al suo "particulare". (che è, poi, scriversi delle canzoni e cantarle, non importa se in una sala di incisione, o fra le mura di casa sua, per un grande pubblico o per quattro amici.

Quello che interessa è cantare, per esprimersi, per conoscere, per trasmettere delle proprie impressioni. Tutto qui. Ogni altra definizione sarebbe aleatoria e arbitraria. E' vero che Fabrizio è stato classificato - e con qualche giustificazione reale - come "cantante intellettuale", come "il cantante che fa rivivere il menestrello medioevale, il troubador provenzale". Ed è sicuramente altrettanto vero che dietro a Fabrizio esistono una solida cultura, delle buone letture, un dialogo coi poeti del passato.

Tanto per divertirci in un gioco di elencazioni potremmo fare alcuni nomi: un Villion, certi "poeti di piazza" della Francia prima di Montaigne, oppure i più vicini e più nostri Boudelaire, Verlaine, Rimbaud. Ma tutto ciò è marginale, anche se gioca il suo ruolo nella formazione del mondo creativo di Fabrizio De Andrè. Si prenda, per spiegarci meglio, la canzone "Preghiera in Gennaio" (forse l'esempio limite della gamma di toni di questo cantautore): basterebbe l'inizio, "Lascia che sia fiorito / Signore il suo sentiero", oppure certe immagini come "fate che giunga a Voi con le sue ossa stanche", per capire subito un clima, un entroterra culturale. Per capire che anche il De Andrè - e sia detto senza voler far comparazioni impossibili - si è lasciato tentare dalla "rima fiore / amore / la più antica, difficile del mondo".

Ma poi c'è la musica, così popolare, cosi melodicamente cantabile, così da romanza. E questa musica di colto, di intellettuale, di "commercio coi poeti" non ha proprio nulla. E allora si evidenzia l'altro aspetto del De Andrè, un aspetto fatto di attaccamento alle più pure ragioni popolari, veramente, autenticamente popolari della canzone italiana. Di modo che questo ligure introverso, chiuso, schivo, riesce ad aprirsi ad un lirismo immediato, mediterraneo, che può anche essere imparentato (e l'accostamento non sorprenda) da un lato con la canzone francese d'oggi - un Brassens - e dall'altro con quella napoletana dell'Ottocento.

Ma l'ascolto attento delle canzoni contenute in questo L.P., così diverse fra loro e pure così simili, potrà indicarci altre inclinazioni di gusto e di atteggiamento proprie di De Andrè. Inclinazioni decadenti, senza dubbio, ma anche di deformazione e di satira, di umori boccacceschi e picareschi ("Via del Campo", "Carlo Martello", "Bocca di rosa") che balenano qua e là improvvisi e nei versi e nelle inflessioni della voce. Voce che si muta e si plasma ad ogni diversa situazione che via via va cantando e raccontando. Voce che diventa uno strumento, un mezzo non per giustificare il "bel canto", ma per dare colori e toni alla storia, alla favola che in quel momento si racconta.

Perché, se è vero che Fabrizio De Andrè nelle sue canzoni si ispira sempre alla realtà, a fatti veri o che potrebbero essere veri, è altrettanto vero che questo non è che il punto di partenza. Quello di arrivo è la favola, il fatto che diventa simbolo. Certo, la cosa ha i suoi rischi, i suoi limiti, che sono poi quelli del bozzetto. Ma quando l'operazione riesce, allora si ottengono bellissime canzoni, come la celeberrima "Carlo Martello", o la recentissima "Bocca di Rosa" che "metteva l'amore sopra ogni cosa", canzone che ha il sapore di una ballata popolare con quel suo andamento, allegro e gioioso, a saltarello.

Di quando in quando l'inchiostro del De Andrè diventa triste e amaro, quasi cattivo. E' il caso di "Marcia Nuziale", una canzone che ha il sapore di una disperata malinconia, come di una rivincita andata a vuoto, di una sfida persa, con il ragazzo già grande che assiste alle nozze dei suoi genitori, accompagnandole suonando "con la gola tesa l'armonica come un organo da chiesa". Oppure la ballata sulla morte, vista come "l'estrema nemica", una nemica che "non serve colpirla nel cuore / perché la morte mai non muore". Gli esempi potrebbero continuare, ma questi possono bastare. E poiché la chiacchierata rischia di diventare troppo lunga bisognerà cercare una plausibile conclusione, come questa che tentiamo: in fondo ad ogni canzone del De Andrè c'è sempre l'uomo. L'uomo con le sue miserie e le sue gioie, le sue poche vittorie e le sue molte sconfitte e, soprattutto, col suo inesauribile bisogno di amore e di speranza.

Giuseppe Tarozzi

Via del Campo è una straducola stretta e tortuosa nel cuore di Genova vecchia. Appartiene a quella rete di vicoli che, collocata a ridosso dell'angiporto, fa storcere il naso ai Catoni della società bene, ma piace ai poeti.

Piace, dunque, a Fabrizio, che già in altra occasione ne ha cantato «l'aria spessa, carica di sale e gonfia di odori» che si sposa al tanfo della spazzatura accumulata lungo i marciapiedi, all'odor di vino e di fumo che esce dalle bettole (poco distante, all'imbocco della via, l'ombra austera di una chiesa e la sede della «Protezione della giovane» sembrano messe lì a bella posta da un folletto in vena di sfottò).

Qui viene spesso Fabrizio, che è - a suo modo - un poeta, e come tale ama scoprire il fondo delle cose, il colore autentico della realtà umana che è fatta anche di miseria, di tristezza, di inutili attese e di disattese promesse.

È sempre stato un tema caro a Fabrizio quello dell'uomo scrutato - e amato - nei capitoli piú amari, nei risvolti fallimentari della sua storia. Che è essenzialmente, per lui, storia di agognati ma tanto spesso irraggiunti traguardi, di fronte alla cui evidenza diventa inutile la speranza illusoria e la ribellione pigmeiforme di chi vorrebbe opporre la propria fragile volontà alla violenza gigantesca del destino. Sempre pronto quest'ultimo a dissolvere con un colpo di spugna i poveri fantasmi che colorano i sogni dell'uomo con le luci di un impossibile paradiso.

Ecco perché non mi ha affatto stupito - alla luce di quanto avevo intuito dalla affettuosa consuetudine con lui uomo e con lui artista -che Fabrizio abbia composto, giunto a un certo stadio della sua parabola creativa, Via del Campo. Che non è soltanto una pagina di amarissima poesia, ma soprattutto il ritratto emblematico di una condizione umana, la dimostrazione di quanto possa essere disagevole - oltre che improduttivo - il mestiere di vivere.

In questa cornice vivono i personaggi di Fabrizio e si consuma la loro attesa, che ha già in sé i germi del proprio nulla. Cosí la «graziosa» di via del
Campo, la bambina ai cui piedi nascono i fiori, ma che «vende a tutti la stessa rosa»: la puttana che non potrà mai offrire altro che un paradiso provvisorio e, tutto sommato, l'inutile incantesimo di un quarto d'ora. Cosí il povero «illuso» che viene a cercare fra il letame i fiori di un impossibile, assurdo amore. Cosí in fondo tutti noi.

E allora? Si vorrebbe credere, si vorrebbe sperare. Ma in che cosa, e in chi ? Può accadere che nasca nel buio del cuore la tentazione di una preghiera. Ma Dio dov'è? «Dio del cielo, se mi vorrai amare / scendi dalle stelle e vienimi a cercare... ». Noi non sappiamo individuare il confine che separa il sorriso dal pianto, indicacelo Tu:
«Le chiavi del cielo non ti voglio rubare / ma un attimo di gioia me lo puoi regalare... »
Ecco allora, finalmente, profilarsi l'ombra di una speranza.

Fiducia, se non altro, in una giustizia finale che arriverà ad invertire le posizioni, castigando chi troppo ha goduto («Chi bene condusse sua vita / male sopporterà sua morte»), affrancando chi troppo ha sofferto: «Partirvene non fu fatica / perché la morte vi fu amica» .
È l'epilogo che il suicida di Preghiera in gennaio sceglie come unica alternativa «all'odio e all'ignoranza» che avvelenano la terra: « Lascia che sia fiorito, / Signore, il suo sentiero... ». Non c'è altra certezza, non altro rimedio è lecito supporre al nostro male di vivere: «Dio di misericordia / il tuo bel paradiso /l'hai fatto soprattutto / per chi non ha sorriso, / per quelli che han vissuto / con la coscienza pura: / l'inferno esiste solo / per chi ne ha paura».

E prima? Diceva Ungaretti: «La morte si sconta vivendo». Nessuno si salva da questa legge, neppure coloro che Fabrizio chiama semidei, i fortunati.
Come quel Carlo Martello il cui rango regale non vieta ad una qualsiasi sgualdrinella di sottoporlo ad una atroce turlupinatura; neppure coloro che, avendo raggiunto alle spalle degli altri una aleatoria felicità, troveranno il loro castigo quando la morte, «estrema nemica», verrà a rammentare loro «l'infinita vanità del tutto».

Lungo queste costanti la meditazione di Fabrizio nasce e procede con frutti di una concretezza tanto piú tangibile quanto piú diretto - e sofferto - è il suo approccio con la realtà. E se a taluni troppo ampio potrà sembrare lo spazio che Fabrizio concede ad un pessimismo apparentemente distruttivo, non va dimenticato come esso trovi le proprie radici in un atto d'amore per l'Uomo, di ansia per la sua salvezza.

Cesare G. Romana
 


Torna in alto Preghiera in gennaio COMMENTA

Voto canzone: 2 (votanti: 6)
 

Lascia che sia fiorito
Signore, il suo sentiero
quando a te la sua anima
e al mondo la sua pelle
dovrà riconsegnare
quando verrà al tuo cielo
là dove in pieno giorno
risplendono le stelle.

Quando attraverserà
l'ultimo vecchio ponte
ai suicidi dirà
baciandoli alla fronte
venite in Paradiso
là dove vado anch'io
perché non c'è l'inferno
nel mondo del buon Dio.

Fate che giunga a Voi
con le sue ossa stanche
seguito da migliaia
di quelle facce bianche
fate che a voi ritorni
fra i morti per oltraggio
che al cielo ed alla terra
mostrarono il coraggio.

Signori benpensanti
spero non vi dispiaccia
se in cielo, in mezzo ai Santi
Dio, fra le sue braccia
soffocherà il singhiozzo
di quelle labbra smorte
che all'odio e all'ignoranza
preferirono la morte.

Dio di misericordia
il tuo bel Paradiso
lo hai fatto soprattutto
per chi non ha sorriso
per quelli che han vissuto
con la coscienza pura
l'inferno esiste solo
per chi ne ha paura.

Meglio di lui nessuno
mai ti potrà indicare
gli errori di noi tutti
che puoi e vuoi salvare.

Ascolta la sua voce
che ormai canta nel vento
Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Dio di misericordia
vedrai, sarai contento.

Torna in alto Note alla canzone 

"Preghiera in gennaio" è stata dedicata da De Andrè all'amico Luigi Tenco, morto suicida il 27 gennaio 1967. La dedica ufficiale avvenne nel 1976, durante un concerto a Sanremo.

Torna in alto Marcia nuziale COMMENTA

Voto canzone: 4 (votanti: 4)
 

Matrimoni per amore, matrimoni per forza
ne ho visti di ogni tipo, di gente d'ogni sorta
di poveri straccioni e di grandi signori
di pretesi notai e di falsi professori
ma pure se vivrò fino alla fine del tempo
io sempre serberò il ricordo contento
delle povere nozze di mio padre e mia madre
decisi a regolare il loro amore sull'altare.

Fu su un carro da buoi se si vuole essere franchi
tirato dagli amici e spinto dai parenti
che andarono a sposarsi dopo un fidanzamento
durato tanti anni da chiamarsi ormai d'argento.

Cerimonia originale, strano tipo di festa,
la folla ci guardava gli occhi fuori dalla testa
eravamo osservati dalla gente civile
che mai aveva visto matrimoni in quello stile.

Ed ecco soffia il vento e si porta lontano
il cappello che mio padre tormentava in una mano
ecco cade la pioggia da un cielo mal disposto
deciso ad impedire le nozze ad ogni costo.

Ed io non scorderò mai la sposa in pianto
cullava come un bimbo i suoi fiori di campo
ed io per consolarla, io con la gola tesa
suonavo la mia armonica come un organo da chiesa.

Mostrando i pugni nudi gli amici tutti quanti
gridarono "per Giove, le nozze vanno avanti"
per la gente bagnata, per gli dei dispettosi
le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi.

Torna in alto Note alla canzone 

"Marcia nuziale" è stata tratta da "La marche nuptiale" di Georges Brassens, il cui testo è riportato dopo la nota.

Ecco alcune righe, tratte da diverse fonti, che raccontano il rapporto De Andrè - Brassens:

"Non ho mai voluto incontrara Brassens personalmente, per mia debolezza. Era un mito e avevo paura che diventasse una persona. Se fosse crollato, mi sarebbe crollato il mondo."

"George Brassens per me è stato un mito come artista e come uomo. Mi sono avvicinato all'anarchismo per merito suo, perchè avevo di fronte non pura teria, ma un esempio vivente. Era un modello nitido, rappresentava il superamento dei valori piccolo borghesi."

"Per me ascoltare Brassens equivale a leggere Socrate: insegnava come comportarsi o, al minimo, come non comportarsi. Insegnava ai borghesi un rispetto cui non erano abituati."

Torna in alto La marche nuptiale 
(traduzione o versione originale)

Mariage d'amour, mariage d'argent,
J'ai vu se marier toutes sortes de gens :
Des gens de basse source et des grands de la terre,
Des prétendus coiffeurs, des soi-disant notaires...

Quand même je vivrai jusqu'à la fin des temps,
Je garderais toujours le souvenir content
Du jour de pauvre noce où mon père et ma mère
S'allèrent épouser devant Monsieur le Maire.

C'est dans un char à boeufs, s'il faut parler bien franc,
Tiré par les amis, poussé par les parents,
Que les vieux amoureux firent leurs épousailles
Après long temps d'amour, long temps de fiançailles.

Cortège nuptial hors de l'ordre courant,
La foule nous couvait d'un oeil protubérant :
Nous étions contemplés par le monde futile
Qui n'avait jamais vu de noces de ce style.

Voici le vent qui souffle emportant, crève-coeur !
Le chapeau de mon père et les enfants de choeur...
Voilà la plui' qui tombe en pesant bien ses gouttes,
Comme pour empêcher la noc', coûte que coûte.

Je n'oublierai jamais la mariée en pleurs
Berçant comme un' poupé' son gros bouquet de fleurs...
Moi, pour la consoler, moi, de toute ma morgue,
Sur mon harmonica jouant les grandes orgues.

Tous les garçons d'honneur, montrant le poing aux nues,
Criaient : "Par Jupiter, la noce continue !"
Par les homm's décrié', par les dieux contrariés,
La noce continue et Viv' la mariée!

Torna in alto Spiritual COMMENTA

Voto canzone: 2 (votanti: 3)
 

Dio del cielo se mi vorrai
in mezzo agli altri uomini mi cercherai
e Dio se mi cercherai
nei campi di granturco mi troverai.
Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare
Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare.

La chiave del cielo non ti voglio rubare
ma un attimo di gioia me lo puoi regalare
la chiave del cielo non ti voglio rubare
ma un attimo di gioia me lo puoi regalare.

Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare
Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare.

Senza di te non so più dove andare
come una mosca cieca che non può più volare
senza di te non so più dove andare
come una mosca cieca che non può più volare.
e se ci hai regalato il pianto ed il riso
noi qui sulla terra non lo abbiamo diviso
e se ci hai regalato il pianto ed il riso
noi qui sulla terra non lo abbiamo diviso.

Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a salvare
Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a salvare.
Dio del cielo se mi vorrai
in mezzo agli altri uomini mi cercherai
Dio del cielo se mi cercherai
nei campi di granturco mi troverai.
Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare
Dio del cielo se, mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare.
Dio del cielo io ti aspetterò
nel cielo e sulla terra io ti cercherò.

Torna in alto Note alla canzone 

Ecco come De Andrè definisce "Spiritual" in una intervista:

"Ho sempre considerato 'Spiritual' come una canzone riempitiva, perchè non dice niente di nuovo, perchè è proprio sottocultura e perchè poi lo spiritual non è roba nostra"

Torna in alto Si chiamava Gesù COMMENTA

Voto canzone: 2 (votanti: 5)
 

Venuto da molto lontano
a convertire bestie e gente
non si può dire non sia servito a niente
perché prese la terra per mano
vestito di sabbia e di bianco
alcuni lo dissero santo
per altri ebbe meno virtù
si faceva chiamare Gesù.

Non intendo cantare la gloria
né invocare la grazia e il perdono
di chi penso non fu altri che un uomo
come Dio passato alla storia
ma inumano è pur sempre l'amore
di chi rantola senza rancore
perdonando con l'ultima voce
chi lo uccide fra le braccia di una croce.

E per quelli che l'ebbero odiato
nel getzemani pianse l'addio
come per chi l'adorò come Dio
che gli disse sia sempre lodato,
per chi gli portò in dono alla fine
una lacrima o una treccia di spine,
accettando ad estremo saluto
la preghiera l'insulto e lo sputo.

E morì come tutti si muore
come tutti cambiando colore
non si può dire non sia servito a molto
perché il male dalla terra non fu tolto

Ebbe forse un pò troppe virtù,
ebbe un nome ed un volto: Gesù.
Di Maria dicono fosse il figlio
sulla croce sbiancò come un giglio.

Torna in alto La canzone di Barbara COMMENTA

Voto canzone: 3 (votanti: 4)
 

Chi cerca una bocca infedele
che sappia di fragola e miele
in lei la troverà
Barbara
in lei la bacerà
Barbara.

Lei sa che ogni letto di sposa
è fatto di ortiche e mimosa
per questo ad un'alta età
Barbara
l'amore vero rimanderà
Barbara.

E intanto lei gioca all'amore
scherzando con gli occhi ed il cuore
di chi forse la odierà
Barbara
ma poi la perdonerà
Barbara.

E il vento di sera la invita
a sfogliare la sua margherita
per ogni amore che se ne va
lei lo sa
un altro petalo fiorirà
per Barbara.

Torna in alto Via del campo COMMENTA

Voto canzone: 2 (votanti: 5)
 

Via del Campo c'è una graziosa
gli occhi grandi color di foglia
tutta notte sta sulla soglia
vende a tutti la stessa rosa.

Via del Campo c'è una bambina
con le labbra color rugiada
gli occhi grigi come la strada
nascon fiori dove cammina.

Via del Campo c'è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano

e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano.

Via del Campo ci va un illuso
a pregarla di maritare
a vederla salir le scale
fino a quando il balcone ha chiuso.

Ama e ridi se amor risponde
piangi forte se non ti sente
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior
dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior.

Torna in alto Note alla canzone 

De Andrè racconta, in una famosa intervista, cosa sia "Via del Campo":

"Passavo spesso da Via del Campo, la strada dei travestiti. Una volta salii in camera con un certo Giuseppe, che si faceva chiamare Joséphine e mi apparve come una bellissima ragazza bionda. Ma, una volta venuti al dunque, scoprii facilmente che era un uomo. Senonché era talmente bella e aveva un seno così strepitoso che restai ugualmente. Ci fu un rapporto, per così dire, orale. Anzi, ce ne furono più di uno.
Ridiscesi, e sotto ad aspettarmi c'erano Paolo Villaggio e Giorgio Leone, un altro amico. Feci loro un racconto dettagliato dell'incontro, come era nelle nostre abitudini [...] e solo alla fine precisai: c'è un solo problema, ha l'uccello. Loro cominciarono a sghignazzare e a prendermi in giro. Ma poi tornammo in via del Campo, per più di un mese, a cercare il mio amico Giuseppe."


La coinvolgente melodia che accompagna "Via del campo" è stata tratta da una musica popolare del XV secolo e riarrangiata da Enzo Jannacci per un suo spettacolo realizzato insieme a Dario Fo. Il caso vuole che il giovane de André fosse tra il pubblico e restasse impressionato da quella melodia (utilizzata durante lo show per accompagnare la canzone "La mia morosa la va alla fonte", che Jannacci registrerà in "Vengo anch'io. No, tu no" solo nel 1968).

Torna in alto Caro amore COMMENTA

Voto canzone: 4 (votanti: 4)
 

Caro amore
nei tramonti d'aprile
caro amore
quando il sole si uccide
oltre le onde
puoi sentire piangere e gridare
anche il vento ed il mare.

Caro amore
così un uomo piange
caro amore
al sole, al vento e ai verdi anni
che cantando se ne vanno
dopo il mattino di maggio
quando sono venuti
e quando scalzi
e con gli occhi ridenti
sulla sabbia scrivevamo contenti
le più ingenue parole.

Caro amore
i fiori dell'altr'anno
caro amore
sono sfioriti e mai più
rifioriranno
e nei giardini ad ogni inverno
ben più tristi sono le foglie.

Caro amore
così un uomo vive
caro amore
e il sole e il vento e i verdi anni
si rincorrono cantando
verso il novembre a cui
ci van portando
e dove un giorno con un triste sorriso
ci diremo tra le labbra ormai stanche
"eri il mio caro amore".

Torna in alto Note alla canzone 

"Caro amore" è presente solo nella prima edizione di "Volume I". Verrà sostituita, nelle ristampe successive, da "La stagione del tuo amore".
La struggente musica che accompagna "Caro amore" è tratta dal secondo movimento del "Concerto di Aranjuez" per chitarra e orchestra, scritta nel 1939 dallo spagnolo Joaquin Rodrigo (1901 - 1999).

Torna in alto La stagione del tuo amore COMMENTA

Voto canzone: 2 (votanti: 4)
 

La stagione del tuo amore
non è più la primavera
ma nei giorni del tuo autunno
hai la dolcezza della sera
se un mattino fra i capelli
troverai un po' di neve
nel giardino del tuo amore
verrò a raccogliere il bucaneve

passa il tempo sopra il tempo
ma non devi aver paura
sembra correre come il vento
però il tempo non ha premura
piangi e ridi come allora
ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia ogni dolore
poi ritrovarli nella luce di un'ora

passa il tempo sopra il tempo
ma non devi aver paura
sembra correre come il vento
però il tempo non ha premura
piangi e ridi come allora
ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia ogni dolore
puoi ritrovarli nella luce di un'ora.

Torna in alto Note alla canzone 

"La stagione del tuo amore" è stata scritta da de Andrè nel 1970 e non fa quindi parte delle canzoni della prima edizione di "Volume I", anche se vi comparirà nelle ristampe successive.

Torna in alto La morte COMMENTA

Voto canzone: 4 (votanti: 4)
 

La morte verrà all'improvviso
avrà le tue labbra e i tuoi occhi
ti coprirà di un velo bianco
addormentandosi al tuo fianco
nell'ozio, nel sonno, in battaglia
verrà senza darti avvisaglia
la morte va a colpo sicuro
non suona il corno né il tamburo.
Madonna che in limpida fonte
ristori le membra stupende
la morte no ti vedrà in faccia
avrà il tuo seno e le tue braccia.

Prelati, notabili e conti
sull'uscio piangeste ben forte
chi ben condusse sua vita
male sopporterà sua morte.
Straccioni che senza vergogna
portaste il cilicio o la gogna
partirvene non fu fatica
perché la morte vi fu amica.

Guerrieri che in punto di lancia
dal suol d'Oriente alla Francia
di strage menaste gran vanto
e fra i nemici il lutto e il pianto
davanti all'estrema nemica
non serve coraggio o fatica
non serve colpirla nel cuore
perché la morte mai non muore.

Torna in alto Note alla canzone 

Il tema musicale di "La morte" è stato tratto da "La verger du roi Louis" ("La vigna di re Luigi") di George Brassens, il cui testo è riportato qui sotto.

Torna in alto La verger du roi Louis 
(traduzione o versione originale)

Sur ses larges bras étendus,
La forêt où s'éveille Flore,
A des chapelets de pendus
Que le matin caresse et dore.
Ce bois sombre, où le chêne arbore
Des grappes de fruits inouïs
Même chez le Turc et le More,
C'est le verger du roi Louis.

Tous ces pauvres gens morfondus,
Roulant des pensers qu'on ignore,
Dans des tourbillons éperdus
Voltigent, palpitants encore.
Le soleil levant les dévore.
Regardez-les, cieux éblouis,
Danser dans les feux de l'aurore.
C'est le verger du roi Louis.

Ces pendus, du diable entendus,
Appellent des pendus encore.
Tandis qu'aux cieux, d'azur tendus,
Où semble luire un météore,
La rosée en l'air s'évapore,
Un essaim d'oiseaux réjouis
Par-dessus leur tête picore.
C'est le verger du roi Louis.

Prince, il est un bois que décore
Un tas de pendus enfouis
Dans le doux feuillage sonore.
C'est le verger du toi Louis !

Torna in alto Bocca di rosa COMMENTA

Voto canzone: 3 (votanti: 6)
 

La chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore, metteva l'amore,
la chiamavano bocca di rosa
metteva l'amore sopra ogni cosa.
Appena scese alla stazione
del paesino di Sant'Ilario
tutti si accorsero con uno sguardo
che non si trattava di un missionario.
C'è chi l'amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l'uno né l'altro
lei lo faceva per passione.

Ma la passione spesso conduce
a soddisfare le proprie voglie
senza indagare se il concupito
ha il cuore libero oppure ha moglie.
E fu così che da un giorno all'altro
bocca di rosa si tirò addosso
l'ira funesta delle cagnette
a cui aveva sottratto l'osso.
Ma le comari di un paesino
non brillano certo in iniziativa
le contromisure fino a quel punto
si limitavano all'invettiva.

Si sa che la gente dà buoni consigli
sentendosi come Gesù nel tempio,
si sa che la gente dà buoni consigli
se non può più dare cattivo esempio.
Così una vecchia mai stata moglie
senza mai figli, senza più voglie,
si prese la briga e di certo il gusto
di dare a tutte il consiglio giusto.
E rivolgendosi alle cornute
le apostrofò con parole argute:
"il furto d'amore sarà punito-
disse- dall'ordine costituito".

E quelle andarono dal commissario
e dissero senza parafrasare:
"quella schifosa ha già troppi clienti
più di un consorzio alimentare".
E arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi con i pennacchi
e arrivarono quattro gendarmi
con i pennacchi e con le armi.
Spesso gli sbirri e i carabinieri
al proprio dovere vengono meno
ma non quando sono in alta uniforme
e l'accompagnarono al primo treno.

Alla stazione c'erano tutti
dal commissario al sagrestano
alla stazione c'erano tutti
con gli occhi rossi e il cappello in mano,
a salutare chi per un poco
senza pretese, senza pretese,
a salutare chi per un poco
portò l'amore nel paese.

C'era un cartello giallo
con una scritta nera
diceva "Addio bocca di rosa
con te se ne parte la primavera".
Ma una notizia un po' originale
non ha bisogno di alcun giornale
come una freccia dall'arco scocca
vola veloce di bocca in bocca.

E alla stazione successiva
molta più gente di quando partiva
chi mandò un bacio, chi gettò un fiore
chi si prenota per due ore.
Persino il parroco che non disprezza
fra un miserere e un'estrema unzione
il bene effimero della bellezza
la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila
e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese
l'amore sacro e l'amor profano.

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In edizioni successive, la strofa:

Spesso gli sbirri e i carabinieri
al proprio dovere vengono meno
ma non quando sono in alta uniforme
e l'accompagnarono al primo treno.


è stata sostituita con:

Il cuore tenero non è una dote
di cui sian colmi i carabinieri
ma quella volta a prendere il treno
l'accompagnarono malvolentieri.


Questo perchè la strofa incriminata venne considerata offensiva dall'Arma che, con velate pressioni, aveva convinto l'autore genovese a modificarla.

Torna in alto Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poiters COMMENTA

Voto canzone: 3 (votanti: 3)
 

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor
al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor

Il sangue del principe del Moro
arrossano il ciniero
d'identico color
ma più che del corpo le ferite
da Carlo son sentite
le bramosie d'amor

"se ansia di gloria e sete d'onore
spegne la guerra al vincitore
non ti concede un momento per fare all'amore
chi poi impone alla sposa soave di castità
la cintura in me grave
in battaglia può correre il rischio di perder la chiave"

così si lamenta il Re cristiano
s'inchina intorno il grano
gli son corona i fior
lo specchi di chiara fontanella
riflette fiero in sella
dei Mori il vincitor

Quand'ecco nell'acqua si compone
mirabile visione
il simbolo d'amor
nel folto di lunghe trecce bionde
il seno si confonde
ignudo in pieno sol

"Mai non fu vista cosa più bella
mai io non colsi siffatta pulzella"
disse Re Carlo scendendo veloce di sella
"De' cavaliere non v'accostate
già d'altri è gaudio quel che cercate
ad altra più facile fonte la sete calmate"

Sorpreso da un dire sì deciso
sentendosi deriso
Re Carlo s'arrestò
ma più dell'onor potè il digiuno
fremente l'elmo bruno
il sire si levò

codesta era l'arma sua segreta
da Carlo spesso usata
in gran difficoltà
alla donna apparve un gran nasone
e un volto da caprone
ma era sua maestà

"Se voi non foste il mio sovrano"
Carlo si sfila il pesante spadone
"non celerei il disio di fuggirvi lontano,
ma poiché siete il mio signore"
Carlo si toglie l'intero gabbione
"debbo concedermi spoglia ad ogni pudore"

Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d'onor si ricoprì
e giunto alla fin della tenzone
incerto sull'arcione
tentò di risalir

veloce lo arpiona la pulzella
repente la parcella
presenta al suo signor
"Beh proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire
è un prezzo di favor"

"E' mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane,
anche sul prezzo c'è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
v'eran tariffe inferiori alle tremila lire"

Ciò detto agì da gran cialtrone
con balzo da leone
in sella si lanciò
frustando il cavallo come un ciuco
fra i glicini e il sambuco
il Re si dileguò.

Re Carlo tornava dalla guerra
lo accoglie la sua terra
cingendolo d'allor
al sol della calda primavera
lampeggia l'armatura
del sire vincitor.

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"Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poiters" è stata scritta con la collaborazione dell'amico Paolo Villaggio nel 1963. Il testo di questa canzone non è stato riportato sulla prima edizione del disco perchè giudicato troppo osceno. Si legge infatti sul vinile: "E' stato omesso il testo di Carlo Martello per mancata autorizzazione dell'editore". Una scelta indubbiamente avveduta, dato che "Carlo Martello" è stata denunciata all’autorità giudiziaria per il linguaggio osceno.





 
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